Da mare a mare – Liberi e dimenticati

I sentieri sono liberi, sono un mondo a parte,  dimenticato, qualcosa dell’epoca dei nonni, lasciato a sé, anche qui nel Mediterraneo interiore, nell’Italia appenninica che pure dovrebbe, potrebbe, per prima, ridare un senso a questi tracciati.
Dei sentieri, da queste parti,non si occupa quasi nessuno: se ne curano gli agricoltori, quando servono al lavoro nei campi, e poi qualche intervento del CAI, poco altro. Poca manutenzione, poche segnalazioni. In questi giorni abbiamo perso la rotta tante e tante volte: una guida cartacea che indica la direzione a un incrocio di sterrate, tra campi e colline pieni di incroci e di sterrate, non dà certezze. Allo stesso modo, in estate, senza che nessuno si curi di loro, i sentieri se li riprende il bosco. Le nostre gambe e braccia, che hanno assaggiato il gusto amaro del roveto, ne sanno qualcosa, si portano i graffi.

Qui, lontano da ogni centro, il potere non ha interesse a manifestarsi, il territorio (l’uso della forza e del terrore che il potere ha sempre fatto per presidiare la terra) qui torna ad essere puro paesaggio; così capita di attraversare confini invisibili, impercettibilmente varcare soglie che sulle vie di traffico (a motore) sarebbero certamente segnalate. Abbiamo intuito il passaggio dalle Marche all’Umbria; ormai affinate le doti lupine, appena fiutato nell’aria quello tra Umbria e Lazio. Segnali del paesaggio, silenzio delle istituzioni.

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Arrivati nel Lazio, ancora a bocca aperta per il giovane stupore provato davanti alla conca blu del Lago di Bolsena – quasi oceanica, vista dall’altopiano – abbiamo imboccato in contromano la via Francigena, risalendola da sud verso nord.
Se il nostro percorso fino a qui si è sempre dovuto scontrare con rotte incerte e alberghi rimediati alla bell’e meglio, risalire la Francigena ci ha sorpresi positivamente.

Madre storica di ogni altra lunga via di pellegrinaggio in Italia, la Francigena ha avuto in verità una riscoperta recente. Da circa 15 anni alcune testarde associazioni hanno iniziato a lavorarci sopra, accompagnate da interventi delle istituzioni locali e nazionali che nei primi anni non hanno brillato certo per costanza e coerenza. Altri cammini, magari iniziativa di singoli, come ad esempio “Di qui passò Francesco”, il cammino francescano pensato da Angela Serracchioli, sono cresciuti meglio e più velocemente.
Dopo 15 anni però i risultati del lungo lavoro sembrano arrivare. In questi due giorni di cammino nelle terre della Francigena abbiamo incontrato qualche decina di pellegrini; sono ancora pochi, ma sono in aumento e creano un flusso che non si può non vedere. Fermi a qualche crocevia, abbiamo avuto occasione di parlare con alcuni di loro confermando le nostre buone sensazioni: il percorso è ben indicato, numerosi sono i segni della via nei territori, e i comuni si stanno attrezzando per un’ospitalità povera, qualche volta a donativo,  altre a prezzi di favore per i camminanti.
Per chi come me ha nei ricordi qualche itinerario verso Santiago sembrano segnali positivi.

Cammina lenta, insomma, come chi attraversa gli Appennini con lo zaino in spalla, la Francigena; ma con la stessa volontà e lo stesso piacere. Si tratta di movimenti civili transumanti, che iniziano a scorrere anche nel Bel Paese, flussi che quando trovano ispirazione sanno irrorare grandi cambiamenti.
Non sarà la rivoluzione, ma un’arteria di civiltà, scoperta e viandanza, riaperta verso il cuore di un paese che troppo e spesso dimentica la sua geografia.

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