Da mare a mare – Triangolo del tufo

Onano, Sorano, Pitigliano, altre tappe, fino a varcare la quarta e ultima regione in programma.
A confine tra Lazio e Toscana, il paesaggio della Maremma in questi giorni ci parla una lingua strana e, soprattutto verso sera, quando inizia a far buio, mi rende un po’ inquieto.

Onano mi dà l’idea di un borgo poverissimo, con vie sfinite dall’abbandono, dalla mancanza di futuro; le pietre dicono cose malinconiche. Salendo al suo castello di notte, sotto la luna, la schiena si scuote, attraversata da un brivido o un’ombra. In pochi altri posti ho provato l’inquietudine dei luoghi; di solito prevale l’affezione al posto.
Guardato dall’alto, alla luce delle stelle, il borgo ha qualcosa di commovente; commovente e inquieto. I boschi attorno e le rupi pieni di suoni, appena confusi dal gorgoglio del ruscello, sguardi neri e sagome di piume e di pelo, nascosti nel buio.

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La sera di Sorano è semplicemente fuori dal tempo. L’accrocchio di case, in cui muro e pietra si  confondono, sembra un enorme castello delle fiabe. Una costa di roccia a meridione, le cui pietre sono chiare e secche, e una rupe settentrionale coperta dall’ombra, tutta odori di muschio e umidità. In questo secondo quartiere ci fermiamo per cena, entrando in una locanda, attirati da una luce d’oro mentre fuori piove. Immagino sia simile a fare ingresso in una botte: il soffitto di mattoni a forma di arco e una luce fioca che dalla porticina d’ingresso irradia incespicante per l’intero locale. Un’anziana avvolta in uno scialle stile Ottocento, nel centro esatto della botte, sta servendo piatti in brodo. Sembra una strega antica. Pelle di cartapecora e abiti impolverati. Intorno, odore di peperoni e selvaggina. In una sola scena il posto ci ha già rapiti,  ci sediamo.

Dopo aver aperto le danze con un piatto di cacio e pere, alla seconda portata, mentre al tavolo di fianco piange un bambino, la megera ci si avvicina e, guardando con disprezzo il pargolo, mi mormora all’orecchio: “sono i migliori anticoncezionali”.
Esito, studiando per un attimo con incertezza l’ironia della vecchia, poi sogghignamo insieme. Apriamo così un dialogo e chiediamo notizie della cucina: molte portate in menù non sono disponibili e ci sembra curioso.
“Io sono per poche cose e semplici – ci dice, con lo sguardo furbo – se qualche cosa diventa di moda io la levo, non la cucino più. Prendete quella granella, come si chiama, il farro, ecco, il farro. Oggi c’è farro ovunque, una dittatura dl farro! Io mi rifiuto di cucinarlo solo perché qualcuno si è inventato delle favole al riguardo. Quando ero piccola costava nulla e mia nonna lo dava alle bestie. Non lo cucino più”.

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Pitigliano, infine, appare sopra di noi in un lampo, una curva, uno squarcio nel fitto del bosco. Abbarbicata e scavata sopra una rupe di tufo, è città con le radici di pietra. Si accede a piedi alle vie del paese solo arrampicandosi attraverso le fitte boscaglie che lo circondano. I corridoi di accesso principali sono le vie cave che – lo specifico per gusto di didattica – sono percorsi scavati dagli etruschi nel tufo, impressionanti tagli nella pietra profondi a volte anche dieci o venti metri.

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Il nostro Virgilio in questo dedalo di corridoi perigeo è stato un uomo tedesco, di mezza età. Lo troviamo mentre siamo un po’ smarriti davanti a un trivio nel bosco, ci dice di seguirlo e ci spiega che viene da trent’anni in vacanza a Pitigliano e che in due settimane ha già percorso 200 km di sentieri nei dintorni.

Andando a piedi ci si espone a incontri e personaggi particolari.

Due tappe tra altopiani western e colli di viti e ulivi e ci affacceremo sul Tirreno, rivedremo il mare.
Per oggi invece siamo ancora qui, nelle terre interiori, la faccia nascosta, introversa, del Mediterraneo. Atmosfere ipogee, umori strani, come sensazioni strane ho in queste città di pietra. Non mento, sento davvero qualcosa nell’aria. Sono cittadine belle, che non mi lasciano sereno. Si avverte qualche inquietudine della terra. Non so se si capisce. Forse sono echi del passato, forse sono forze sotterranee di territori termali, di  rocce porose che assorbono e trasudano. Non so, non mi sembra, comunque sia, pura suggestione.

Un pensiero su “Da mare a mare – Triangolo del tufo

  1. Bell’articolo.
    È qualche tempo che frequento la zona e posso confermare il mix di sensazioni tra fascino e inquietudine serale di alcuni luoghi.
    Ho trovato borghi con nell’aria tanta musica e buon vino, voglia di stare insieme godendo di cose semplici, senza “impalcature” comportamentali, stando lontano da macchinazioni di marketing territoriale e carnevalesche rievocazioni.
    Una gioventù incredibilmente “sana” nei valori e principi che laddove regna l’urbanizzazione non esiste più: mi ha commosso.
    Incredibile, poco più a valle, arrivare a spiagge lunghissime pressoché deserte attraversando pinete e sottobosco.
    Se ricapiti in zona, Montemerano merita.
    Un abbraccio,
    Laura

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