27, gennaio, 2012

Pace e Concordia

Vi racconto una storia che la dice lunga sui cattolici di Brianza. La storia parla di un prete di un paesino, qua, della zona, che decide di andare in vacanza, qualche giorno. Fa più o meno così: il pastore d’anime di un ridente paesino collinare della Brianza necessita di uno stacco dalla vita di riti, funzioni, ascolto, incontri, catechesi, degli ultimi tempi. Una vita che negl’anni s’è fatta via via più intensa. Pensa allora a come staccare un po’ dalla sua parrocchia. Sparire, qualche giorno, sul mare… sospira tra sé, un giorno, dopo pranzo, seduto sul divano della casa parrocchiale. Il pastore vede un problema però, che si frappone tra lui e il suo pensato riposo: i cattolici, i cattolici brianzoli in particolare, il riposo, in quanto tale, non lo concepiscono, soprattutto se fai il prete e riposi già abbastanza. Allora lui, il prete pastore, sapendo come sono facili al risentimento le sue pecore, sa benissimo che annunciare la partenza, sua  e della sua famiglia, per una crociera, che è la vacanza che avrebbe scelto di fare, equivarrebbe alla morte. Decide così di rendere noto il suo ritiro per ‘qualche giorno di riposo e esercizi spirituali’. Meglio che dire che vado in crociera, riflette.
Il punto, a questo punto, è che poi, una volta fatto l’annuncio e partito, gli arriva addosso una sfiga bella grossa: lui parte, con le valigie, la famiglia, nel silenzio, tutto sembra andare per il meglio, finché il capitano della nave non decide, così, una notte, di avvicinarsi in modo improvvido all’isola del Giglio. Non un’altra, proprio quella lì, il Giglio. La nave si incaglia – non è un iceberg, è uno scoglio questa volta – e il prete, nonostante il diretto contatto con le alte sfere, è costretto ad affondare insieme a tutti gli altri. Solo che lui, in quella situazione lì, è messo peggio, è cornuto e pure mazziato: rischia di naufragare e che la sua gita vada sulle prime pagine dei giornali locali. Essere scoperto, per lui, ce lo siamo già detti, significherebbe andare incontro alla lapidazione mediatica del gregge. E infatti. Infatti, il paese è piccolo, il gregge è gregge, la voce gira, la gente mormora, e scoppia un grande can can. Sul prete che per riposarsi è andato in crociera. Un caos da non credere.
Poi siamo a questi giorni, e non è che la storia abbia una fine, una morale. E’ vita. E la vita, finché non finisce, dei finali se ne frega: prosegue oltre.
E io capisco che uno che fa il prete non può andare in vacanza. Che era una cosa che non avevo ancora capito. E che, sinceramente, continuo a non capire. Che, io dico, per quanto mi riguarda, guardare il mare, è anche un gran esercizio spirituale.

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26, gennaio, 2012

Favole

Ho visto Le Nevi del Kilimangiaro, ultimo film di Robert Guédiguian. Un uomo che ha una sensibilità bella. Questa pellicola, uscita non più di un mese fa, è una favola, una favola che non rinuncia alla complessità. Non vi dico altro.

25, gennaio, 2012

Il gene giappo


Allora, volevo comunicarvi una scoperta che ho fatto oggi, peraltro, inizialmente, senza accorgermene.
Oggi, qui, nel nord Italia, c’è stato un terremoto. Cioè, un piccolo sommovimento della terra che doveva in qualche modo rappresentare il sintomo di un terremoto, lontano. Mentre io facevo lezione, durante e dopo la scossa, sono state evacuate tutte le scuole della Brianza. L’unica cosa che è cambiata, per noi, in 3A, è che stavo parlando di migrazioni, ma poi, approfittando del piccolo tentennamento, ho parlato d’altro. Mentre nei bar del paese le persone esternavano le loro apocalittiche preoccupazioni, io spiegavo i sismi, mentre la mia segretaria lasciava l’ufficio pronta a scendere le scale con i suoi effetti personali sottobraccio, io raccontavo dello schiacciamento da parte della placca africana, mentre tutti scrivevano su twitter, io cancellavo la lavagna e accostavo ordinatamente la sedia. Allora, ecco, tornato a casa, guardato facebook, guardato il giornale online, guardato tutto quello che c’era da guardare e l’allarme che correva in terra e in rete, mi sono reso conto e ho ammesso: io devo avere il gene giappo.

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25, gennaio, 2012

Early morning

Il punto è che al mattino mi alzo sempre più tardi. Guardo le prime luci dell’alba filtrare attraverso le serrande: si fanno ogni giorno più accese. Ma mi dico che qui le giornate si stanno già allungando e che fa chiaro prima e che non c’è da preoccuparsi. Poi arrivo in ritardo.

24, gennaio, 2012

Da Trieste a Istanbul in bicicletta

Ho finito di leggere Tre uomini in bicicletta. Un libro che mi ha regalato il mio amico Jacopo e che parla di tre uomini che vanno in bicicletta, appunto; fino a Istanbul, partendo da Trieste. Perché lo fanno, è una domanda legittima. Lo fanno per capire cos’è Oriente, dicono, e per provarci, anche. Provare a fare un viaggio così, con la bici, la sacca e punto.
Il libro, che poi è la restituzione addensata di un blog di viaggio, dice tutto il percorso attraverso la penna di Rumiz, maestro viaggiatore di Repubblica, e le vignette di Altan,  vignettista prestato per l’occasione alla fatica e al sudore.
Prima di un libro piacevole, l’ho trovata una grande idea, un gesto bello. Politico, se mi si consente il termine, che oggi, insomma, va be’. Andare in bicicletta, cioè sostanzialmente nudi, per forza di cose aperti ad ogni incontro, per posti martoriati dalle guerre e dalla dimenticanza. Un’idea talmente bella che mi metterei in sella adesso, senza allenamento, e tornerei a casa alla fine dell’estate prossima con il sedere a forma di sellino.
Ecco, e adesso, se consentite, ve ne vorrei leggere un paio di righe, dalle pagine conclusive…

Oggi rieccomi a Oriente, sotto un’altra luna, lungo un altro Danubio, alla ricerca di un altro Islam, in un’altra terra di pastori-guerrieri che ha inghiottito eserciti e imperi. Eppure, anche qui, alle porte del Karakoram, degli spazi nomadi dell’Asia centrale e del Turkestan cinese, mi sento a casa. Passano altri solitari viaggiatori su due ruote – svizzeri, americani, inglesi, francesi – gruppetti con sacche enormi in fuga verso la Cina. Anche loro sono rapiti dall’accoglienza dei montanari d’Oriente, dal loro modo di intrattenere il tempo, dal ‘no problem’ e dal gusto della lentezza. Non è facile collegare la fama guerriera di queste genti con la rilassatezza di queste notti passate come a casa propria, tra uomini capaci della stessa gestualità e dello stesso linguaggio.
Ma di colpo, in quel bivacco accanto al lampo bianco di una cascata, la linea rossa così a lungo cercata finalmente appariva. Stava lassù a nord, al culmine della strada, infondo all’Indo, oltre i 4.700 metri del passo Kundjerab, ai confini della Cina. Là dove i dirupi del Karakoram diventano gli altopiani del Pamir, c’era quello che avevo cercato inutilmente fino a Istanbul: l’ultima frontiera. Lì moriva il mio Oriente e iniziava un altro pianeta. E lì, a quattromila chilometri dal Bosforo, finalmente Alien si mostrava.

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